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Butera e la sua Storia PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Butera e la sua Storia
Le Origini di Butera
Le contrade storiche
Tra leggenda e storia
Le chiese più antiche
Al confine di tre civiltà
I Castelli
Paesaggi naturali
La cultura antica
Le feste religiose
Cittadini benemeriti
LI VIDDANI

Tanti anni fa il contadino cominciava presto la sua giornata, molto prima dell’alba.Al passo lento dell’asino o del mulo ci volevano molte ore per raggiungere la propria terra, e il contadino doveva alzarsi perciò nel cuore della notte, e ritornava a casa al crepuscolo. La sua giornata lavorativa era quasi sempre di quattordici o anche di sedici ore e difficilmente aveva tempo per recarsi in piazza, a meno che non piovesse. Allora spendeva la mattinata a sbrigare qualche faccenda o a riparare gli attrezzi di lavoro, e il pomeriggio si recava dal barbiere o a chiacchierare con gli amici. Come s’è visto, i contadini cantavano. Tutti cantavano: I carrettieri nei loro lunghi viaggi solitari; gli zolfatai che si recavano in miniera al terzo turno; gli innamorati che con chitarre e violini e mandolini portavano dolcissime serenate alle loro belle E tutti creavano momenti di vera poesia. Perché cantavano? Per vincere la solitudine e la disperazione o per alimentare la speranza di una vita migliore? Oppure per un motivo più pratico? Cioè per vincere la paura e per avvertire eventuali malintenzionati che chi passava in quelle notti solitarie era solo un povero carrittiere o un contadino o uno zolfataio che andava a guadagnarsi il pane? Ma comunque cantavano, ed erano stornelli appresi a memoria o stornelli improvvisati lì per lì per gareggiare con l’amico. Ora non si canta più; si va in macchina, e alla radio qualcuno canta per noi. "Natali, lu friddu e la fami", oppuru "Sàrbati du’ tarì pila simana di San Paulu". Ma i contadini, almeno i più, avevano la "mancia ‘nchiusa" e potevano festeggiare la Natività con spirito sereno. La sera della vigilia si accendevano grandi falò nelle strade per riscaldare la grotta di Betlemme e per illuminare la via ai Re Magi in cammino, mentre le donne in cucina preparavano i dolci caratteristici di cui si va perdendo il ricordo: li mastazzola, li gnucchitti, li sfinci. lì Natale era di tutti, ma la ricorrenza, la festa propria dei contadini era il Carnevale, forse legato ad antichissimi riti magici. I giovani contadini cominciavano a prepararsi già molti mesi prima. Si riunivano in gruppi di almeno quindici persone, tredici più qualcuno di riserva; si dividevano le parti, stabilivano in linea di massima gli argomenti e si recavano quindi da qualche poeta locale o dei paesi vicini (un gruppo una volta è arrivato sino a Catania!) e facevano verseggiare le caratteristiche dei dodici mesi dell’anno con particolare riferimento al tempo e ai lavori stagionali. lì giorno della festa bardavano i cavalli nel modo più elegante, si truccavano e vestivano secondo il mese che interpretavano, e tutti insieme percorrevano le vie del paese. (Ad es. Giugno era seminudo con la falce in pugno, Gennaio e Febbraio tutti intabarrati e coperti da pelli e pellicce, ecc.). In alcuni punti prestabiliti, dove c’era abbastanza spazio e numeroso pubblico, si fermavano e recitavano "Li dudici misi di l'annu" con una ritmica sicuramente molto antica e molto somigliante alla musicalità dell’esametro latino. Veniva presto la Pasqua, antichissima festa contadina, che prima ancora di venire assimilata alla liturgia e alla tradizione cristiana, simboleggiava il risveglio della natura, la resurrezione di tutta la vita sulla terra e la speranza dell’eternità dell’uomo.

LA FIMMINA E L’AMURI

Molti anni fa, l’amore, persino, quello romantico di due giovani che passeggiano al chiaro di luna e mentre sognano una vita in rosa si scambiano casti baci e dolci e furtive carezze, Ma l’amore romantico, nato dagli sguardi e dai sospiri e favorito dalla dolce musica notturna di chitarre e mandolini, era una eccezione, la regola era un’altra. Intanto, alla fine della prima adolescenza, i sessi venivano rigorosamente divisi. Le ragazze, appena accennavano a diventare donne, venivano "ritirate", venivano cioè chiuse in casa da dove potevano uscire in determinate occasioni soltanto se accompagnate dai familiari. Allora, come ci si sposava? Ecco: secondo la regola allora in vigore, il padre del giovane, quando riteneva fosse giunto il momento, adocchiava una ragazza e la valutava attentamente dal punto di vista della salute, della moralità e della dote. Se riteneva positivo l’esame, si presentava al padre di costei e contrattava accanitamente il matrimonio soppesando capi di biancheria (a sei, dodici, a diciotto, ecc.) contro tumuli di terreno e contro case di abitazione. Quando tutto era definito, ne dava annunzio all’interessato: "Figliu, vidi ca ti fici zitu!". Avveniva quindi la "canuscenza": una sera, tutti vestiti a festa, il giovane e i suoi familiari si recavano a casa della ragazza e stavano qualche ora seduti a una parete mentre lei e i suoi familiari stavano seduti alla parete di fronte; mentre i fidanzati si scambiavano sguardi prudenti e furtivi, gli altri chiacchieravano del più e del meno tenendo in mano un bicchierino di rosolio. Questa la regola, la tradizione, ma, come capita in ogni tipo di società, c’era sempre chi contravveniva alle regole e voleva fare di testa sua. lì giovane che decideva di far da sé o che per motivi diversi viveva un amore contrastato, aveva tre possibilità per realizzare il suo sogno d’amore. Tre istituti matrimoniali, illegittimi ma sempre presenti nella secolare tradizione, :"La fuitina", "la vasatina" e "la ‘nchiutina". La Fuitina è la fuga romantica, e non, che ancora si pratica qualche volta nel mondo, ma la vasatina non esiste più, è stata sepolta dall’avanzare del progresso nell’oblio del passato. era un’astratta realtà, se non addirittura un concetto praticamente sconosciuto. E’ vero, c’era qualche fortunato giovanotto che, a furia di interminabili passeggiate diurne e romantiche serenate notturne, riusciva ad attirare l’attenzione della ragazza che sospirava dietro le finestre accostate. Nel patrimonio culturale dialettale non manca la stigmatizzazione del matrimonio d’interesse del giovane che per avidità di soldi e di "roba" sposa la donna vecchia o storpia o brutta; oppure della giovane e bella che sempre per interesse sposa un vecchio; oppure del povero che sposa una ragazza "chiacchierata" e che viene tacitato con un "dammuso e qualche tumulo di terreno…. Ma, come si è già ricordato nelle pagine precedenti, c’erano invece giovani coraggiosi e intraprendenti che affrontavano qualunque sacrificio, e anche qualche colpo di coltello o di pistola, pur di realizzare il loro sogno d’amore. C’era chi sceglieva la "fuitina" o la "vasatina", ma la "‘nchiutina" era il modo più sicuro e più eccitante per arrivare all’amore e al matrimonio.

LA CASA

La grande famiglia patriarcale, tipica delle società contadine, in cui diverse generazioni di figli e nipoti stavano sottoposte all’autorità di un solo membro anziano della famiglia, da noi probabilmente non è mai esistita. E ciò forse perché la piccola e media proprietà contadina cominciò a formarsi molto tardi, soltanto nella seconda metà del secolo scorso quando cominciò, di fatto, il disfacimento del sistema feudale. Fu il mezzadro, sottoposto al gabelloto e sorvegliato dal campiere, che con lo scorrere del tempo e con il variare delle condizioni sociali e politiche, riuscì poco a poco a trasformarsi in agricoltore diretto, proprietario di piccoli e medi appezzamenti di terreno. E il mezzadro era il capo, stimato e rispettato, del suo piccolo nucleo familiare, non di un grande clan, perché la società feudale e semifeudale non poteva consentire l’esistenza nel suo seno di grandi clan familiari possessori di un potere antagonista al potere baronale. lì mezzadro però amava molto la sua famiglia e curava moltissimo i rapporti con i parenti con i vicini e con gli amici. Una prova è evidente ancora oggi: i funerali più seguiti, quelli che hanno un corteo più numeroso e affollato, sono sempre quelli dei coltivatori diretti (i cosiddetti "cuticuna"). lì contadino quindi ama la sua famiglia, ama la sua casa e ci abita volentieri; non esce spesso e quando esce lo fa soltanto per necessità di lavoro o per curare i rapporti con i parenti. Con un po’ di fantasia, si può immaginare così la famiglia di un contadino in un tardo pomeriggio di primavera: il capofamiglia è nella stalla a provvedere alla sistemazione notturna degli animali; la moglie è davanti all’acquaio con piatti e stoviglie e pentole; una ragazza è seduta vicino alla finestra e ricama sognando e sospirando un capo della sua biancheria da sposa; una donna anziana, seduta da un’altra parte, fa dondolare lentamente, per mezzo di una cordicella, una culla appesa a un angolo tra due pareti, e intanto canta con voce bassa e dolce una nenia antica....

ASTUZIA BUTERESE "NACA TROIA"

Nei tempi passati, secoli or sono, era costume della plebe del nostro paese, come pure dei paesi viciniori, allevare a casa oltre agli animali da cortile, galline, tacchini oche e anatre, anche qualche animale da pascolo, per soddisfare le esigenze di latte e di carne soprattutto nelle feste principali: Patrono locale, Natale, Pasqua. Molte famiglie, quindi, allevavano qualche capra, qualche agnello e qualche maialetto.Naturalmente tale allevamento, spesso nell’unico vano di abitazione, oltre al mal odore, era causa di malattie, le quali dagli animali si trasmettevano alle persone. Pertanto, ad un certo momento, per disposizione comunale, venne proibito, con multe in denaro per gli inadempienti, di allevare a casa animali da pascolo e principalmente maiali.Poiché i trasgressori delle leggi e delle ordinanze varie vi sono stati sempre, principalmente quando spinti dal bisogno, non mancarono quelle famiglie che eludendo la vigilanza comunale continuarono ad allevare qualche maialetto.Si verificò, per segnalazione dei vicini, "a spia" che i vigili andarono a controllare in una famiglia che allevava una maialetta. La padrona di casa nel vedere alla porta i vigili urbani, prima di aprire prese la maialetta e la mise nella naca a vento del figlioletto, sistemata nell’alcova.Indi aprì e per evitare che la maialetta si mettesse a grugnire, mentre le guardie controllavano la casa, lei si mise a nacarla da "fimmina ngignusa".Quando l’animale, impaziente, incominciò a grugnire i vigili erano già andati via.Da ciò, per come si tramanda, l’ingiuria di "Nacatroia" o "Naca la troia".

La nascita

La più grande ambizione degli sposi è generalmente quella di avere una creatura che venga ad allietare la loro casa.Se i mesi passano e la «giovane sposa non sputa», l’attesa da parte degli interessati diventa sempre più ansiosa e cominciano i guai per il povero marito che dovrà fare orecchio da mercante ai commenti tutt’altro che benevoli degli indiscreti. Le frecciate sono rivolte all’uomo più che alla donna soprattutto perché, «secondo la volgare opinione, la donna non c’entra affatto, essendo la virtù generativa sempre attribuita all’uomo» Finalmente la sposa comincia a dare quei segni caratteristici dell’avvenuto concepimento. Lo sposo è felice, gli amici se ne congratulano e la giovane sposa è circondata dalle più vive ed affettuose premure. Essa non dovrà più fare alcun lavoro duro o tale che ne possa in ogni modo compromettere la gravidanza. Sarà messa in guardia dal marito e dalle amiche, che hanno avuto la fortuna della maternità, contro tutti gli eventuali pericoli. Soprattutto la futura madre dovrà stare attenta ai «desideri», cioè alle voglie, ed alle «impressioni». Dovrà evitare che proprio in quel periodo possa fissare un uomo brutto e deforme, qualche essere mostruoso tale da impressionarla fino al punto da riprodurlo in immagine nella creatura che dovrà dare alla luce. Perciò il marito porta a casa delle belle bambole perché la moglie possa contemplarne le bellezze e riprodurle nel feto. Bisognerà stare attenti ai«desideri», cioè alle voglie della gravida. Se sente l’odore di qualche cosa, bisognerà subito procurargliela, perché essa potrebbe abortire o imprimere nel feto l’immagine dell’oggetto desiderato proprio nel punto che essa ha toccato nel momento in cui aveva la voglia. Si racconta che una sera una donna gravida ebbe desiderio di assaggiare le albicocche che pendevano belle e mature da un albero del vicino giardino. Il marito, per evitare quei gravi pericoli in cui la moglie sarebbe incorsa se non ne avesse soddisfatto la voglia, pensò di procurargliele subito. Ma giacché non era in buoni rapporti col proprietario del giardino, favorito dalle tenebre, ne saltò la siepe. Un guardiano, preso dal panico, cominciò a sparare ed il povero uomo rimase ucciso, vittima della sua affettuosa premura Nel periodo della gravidanza la futura madre prepara, con l’aiuto della mamma e della suocera, «lu cannistru», cioè il corredino per il neonato. Durante questo stesso periodo, i familiari si scervelleranno nella interpretazione di quei segni che possono far prevedere il sesso della creatura che verrà alla luce.Finalmente giunge il giorno del felice evento. Una creatura è venuta alla luce ed il mistero della vita si è ancora una volta compiuto. I familiari ne gioiscono intimamente, ma poi appaiono un po’ turbati. Qualcuno ha notato che il bimbo è nato di martedì, proprio nel giorno in cui la tradizione vuole sia nato Giuda. Un triste presentimento fa pensare ad una vita turbinosa del neonato. Infatti una credenza vuole che siano sfortunati coloro i quali nascono il martedì o il 17 del mese o il l° maggio, per S. Filippo e Giacomo, giorno in cui sono scatenati i demoni dai quali i poveretti potrebbero essere invasi. Fortunati sono invece quelli che nascono il 25 dicembre, giorno in cui nacque Gesù, o di venerdì. Essi saranno dotati di buona intelligenza, coraggiosi, utili alla famiglia e qualunque maleficio sarà inefficace nei loro riguardi. Ad imporre il nome al neonato è il padre.La notizia del felice evento viene comunicata agli amici ed anche ai piccoli parenti del neonato, i quali ne saranno particolarmente felici.Ma qui cominciano le domande indiscrete dei bambini che vogliono sapere quando il neonato è venuto, da dove è venuto, perché è maschio anziché femmina, perché la mamma sta a letto, cosa sta a fare la levatrice in quella casa, ecc. Nessuna domanda mette in imbarazzo i saggi popolani, i quali, senza scomporsi, rispondono a tutte le domande dei piccoli curiosi.Anche loro sono stati dei bambini, anche loro hanno rivolto le stesse domande ai genitori e ne ricordano la disinvolta abilità con la quale fu appagata la loro curiosità. Essi danno ad intendere che il neonato è stato comprato al mare di Licata, dove i maschi costano di più delle femmine, un maschio «cent’unzi», una femmina «un granu farsu», perché i maschi da grandi hanno la possibilità di lavorare e guadagnare, mentre le donne rimangono sempre in casa ed hanno bisogno di essere sostenute, la mamma ed il papà vanno a Licata tutti e due per poter scegliere, di comune accordo, e si fanno accompagnare dalla levatrice, pratica dei luoghi, la quale fa anche da mediatrice. La mamma sta a letto perché stanca del lungo viaggio.Non è raro il caso in cui si dice che il bimbo è stato trovato in mezzo al grano, sotto un grosso albero, nell’orto o aggrappato ad un pietra del vicino fiume. Infatti, si spiega, i neonati, specie nei periodi di piena, dal mare di Licata risalgono il fiume Salso.Le credenze del «come si nasce», largamente diffuse nel paese, facilitano in questa occasione il compito dei genitori.A proposito di queste credenze, si pensa che esse «proiettino sul nostro presente, la sopravvivenza delle credenze primitive sulla maternità» . Infatti ancora oggi queste credenze si indicano con molte pratiche contro la sterilità. In zone dell’Italia e della Francia le donne credono di diventare feconde, baciando ed abbracciando un albero, mentre in altri paesi si attribuisce potere fecondante a certe erbe e pietre. La mitologia persiana fa nascere gli uomini dagli alberi e il Salvatore Mitra da una pietra. E convinzione dei nostri popolani che «le trecce di donna» dei neonati siano indice di fortuna. Nè si debbono tagliare, perché il taglio provocherebbe la morte del bimbo. Quando esse cadranno da sole verranno accuratamente custodite.Questa credenza spiega la ragione del fatto che certi ragazzi portano i capelli piuttosto lunghi ed accartocciati attorno alla plica polonica, accuratamente nascosta agli imprudenti, i quali potrebbero essere spinti a tagliarli.Un’altra credenza riguarda il cordoncino ombelicale che quando casca va buttato nell’ambito della casa o conservato.Infatti si crede che quando si butta fuori, il neonato, una volta cresciuto, avrà poco attaccamento alla famiglia; il contrario invece avverrà se esso viene fatto rimanere nell’ambito della casa.La principale preoccupazione dei genitori in questo periodo è di «fare cristiana» la loro creatura, al più presto possibile.Il padre pensa a procurare un buon padrino al figlioletto. La scelta deve essere intelligente ed accurata perché un proverbio dice che «di li parrini si nni piglianu li vini».Se il padrino è un «malu sangu», un malvagio, il figlioccio, da grande, sarà anche lui un cattivo. Il padre ha trovato il futuro compare che terrà a battesimo il bambino insieme alla moglie se sposato, alla promessa sposa se fidanzato o alla sorella se celibe.La comare fa pervenire una gallina per fare il brodo e delle ciambelle alla puerpera, e indumenti vari al neonato.Per il periodo in cui il bambino rimarrà «turcu», non battezzato, i genitori dormiranno col lume acceso. Taluni dicono che il bambino, ancora non immunizzato dal sacramento del Battesimo, è più vulnerabile all’attacco delle streghe, altri invece vedono in questa tradizione un atto di prudenza dei genitori in quanto, col lume acceso, meglio potrebbero accorgersi di un malore del neonato e battezzarlo tempestivamente. «La più solenne scena di quest’atto della vita, la nascita, è il battesimo» . Quello del primogenito viene celebrato con particolare solennità. Vengono invitati i parenti, gli amici e specialmente le amiche signorine. Ad indicare la solennità di un battesimo si suole denominarlo «vattiu di picciotti schetti», cioè battesimo di signorine.I padrini offrono nell’occasione abitini ed oggetti d’oro al neonato, pagano il sagrestano, l’organista e concorrono alle spese dello «spinnagliu».Raccomandano al sacerdote di essere generoso nel mettere il sale in bocca al battezzando perché egli «venga giudizioso». Tale credenza pare derivi da un’errata interpretazione popolare del «sales sapientiae» della litania del Rosario.All’atto del battesimo divengono comari dei genitori la donna che ha portato il bambino in chiesa ed anche quella che tiene la coppola, detta appunto «cummari di cuoppula». Il popolo ha un culto speciale per il comparatico. Fare uno sgarbo al proprio compare è un tradimento al «San Giovanni» ed è oggetto di universale biasimo. Terminata la cerimonia del battesimo in chiesa, il corteo ritorna alla casa del neonato.Quivi si procede allo «spinnagliu», consistente in distribuzione di «calia», ceci brustoliti, dolci, abbondante vino per gli uomini e rosolio per le donne. Dopo lo «spinnagliu» si suona e si balla. A tarda sera i familiari del neonato accompagnano a casa i padrini che fanno anche loro un piccolo, familiare «spinnagliu».Quaranta giorni dopo il parto, ha luogo la purificazione della madre. La madre porta il bambino in chiesa, si ferma sulla soglia dove il prete la riceve e con la benedizione le toglie l’impurità.Nel periodo dell’allattamento la mamma cercherà di non dare il latte nei momenti di collera perché potrebbe causare con «botti di latti» paralisi o altri gravi danni al piccolo. Se questi piange spesso, «è chiangiulinu», la mamma gli somministra decotti di «paparina» (paverum somniferum), ben dosati perché il bambino potrebbe crescere scemo e lo colloca nella culla, la «naca». il termine dialettale «naca» deriva da yakn che in greco significa vello di montone, in quanto una volta la culla era appunto fatta con tale vello. La «naca» è in genere una piccola branda sospesa tra muro e muro con due corde. Raramente è una cunella di vimini. Essa è considerata come la dimora temporanea dei bambini e bisogna stare attenti a non farla dondolare mentre la creatura non c’è. Quei movimenti verrebbero riflessi agli intestini del piccolo, procurandogli forti dolori all’addome. A dondolare la culla è generalmente la mamma che ne accompagna i movimenti con graziose ninne-nanne.Dopo i quattro mesi il bimbo, nelle ore in cui sta sveglio, viene tenuto nella «carruzzeddra», specie di rustica carrozzella, costruita con assi di legno, della forma di un tronco di cono o di piramide. I vecchi sogliono giocare coi bimbi cantando delle caratteristiche cantilene, il cui contenuto è di evidente scopo didattico.Il piccolo viene seguito nelle diverse fasi della sua fanciullezza. I genitori ed i nonni, facendo tesoro della sua fresca memoria, sfruttano ogni occasione per insegnargli tutto quel corredo di canzoncine, poesiole, preghiere che essi hanno ereditato, a loro volta, dagli antenati.

Nozze

Mentre la creatura è ancora in fasce, la buona mamma comincia a preparare il corredo per la futura sposa.Non bisogna aspettare l’ultimo momento. La figlia femmina è una «cambiale» senza scadenza e bisogna cominciare proprio mentre essa si trova in fasce a fare i risparmi ed a prepararne il corredo.Esso sarà mostrato alle amiche e sarà sempre motivo di orgoglio per la mamma «pinsirusa».La bambina cresce, diventa una simpatica signorina, «na picciotta schetta china di biddrizzi», e la sua strada, specie nei giorni di festa, comincia ad essere battuta da gruppi di giovanotti.Il pretendente, con un buon gruppo di spalleggiatori, si troverà in chiesa, ne aspetterà la fanciulla all’uscita, nei passaggi obbligati e darà eloquenti occhiate d’amore.La sera, dal crocevia più vicino alla casa dell’amata, canterà la sua canzone di spasimante accompagnato dal «marranzano».Quando la fanciulla non intende corrispondere all’amore del giovane, glielo farà capire ponendo al suo passaggio una scopa davanti la porta o sul davanzale della finestra della propria casa.Intanto, attraverso l’assenza della scopa ed altri indizi, il giovane avrà avuto modo di capire se è corrisposto ed allora penserà ad informare, direttamente o tramite i parenti, i propri genitori.Una bella sera essi si presentano in casa della ragazza e fanno conoscere ai genitori l’aspirazione del proprio figlio. Se questi accondiscendono allora subito si passa al «patteggio delle doti», altrimenti sotto un pretesto qualsiasi fanno capire che non possono sposare la figlia.In tal caso si dice che il giovane ha ricevuto la «coffa» e sarà sempre per lui e per la famiglia motivo di mortificazione. Una volta che i genitori dei neofidanzati si son messi d’accordo sulla dote, fissano il giorno della «canuscenza» che può avvenire di mercoledì, giovedì o sabato.La sera del giorno stabilito il fidanzato, accompagnato dai genitori e dai parenti intimi, si presenta alla casa della fidanzata, dove stanno ad attenderlo anche i parenti della ragazza. Essa viene presentata al fidanzato, che si limita a guardarla ed a proferire le parole: «onuri e piaciri», ed ai parenti i quali non mancano di esternare la propria gioia ed il proprio compiacimento. La madre del fidanzato fa dono alla «zita» di un anello d’oro, appunto perciò detto anello della «canuscenza». Vengono offerti vino e scacciu (noci e mandorle), e si intavolano amichevoli conversazioni che servono ad instaurare cordialità di rapporti tra le due famiglie.Dopo qualche ora il fidanzato ritorna a casa sua, accompagnato dai parenti maschi della fidanzata ai quali offrirà anche lui «scacciu» e vino.Alla «canuscenza» non partecipano le signorine, qualche eccezione è stata fatta solo per le sorelle della fidanzata. Avvenuta la «canuscenza», la notizia dell’avvenuto fidanzamento viene comunicata a tutti gli amici e conoscenti da parte di ambedue le famiglie.Ogni sera il fidanzato andrà in casa della fidanzata e vi sì intratterrà per circa un’ora. Guai a mancare una sera senza un plausibile motivo! Implicherebbe trascuranza o, peggio ancora, tentennamenti. Le conseguenze potrebbero essere talmente gravi da provocarne persino la rottura». Per tutto il periodo del fidanzamento la futura suocera avrà cura di accompagnare la «zita» ogni domenica o giorno di festa, all’ultima messa della Madrice, nelle processioni e nei festini.In alcune feste il fidanzato curerà di farle pervenire quei regali d’uso a secondo della festa che ricorre.Tutte le occasioni saranno buone, per la mamma della fidanzata, per mostrare a parenti ed amici la dote di cui si va molto orgogliosi.La gara della dote suscita, più che qualsiasi altra cosa, lo spirito di emulazione, sino al punto da sottoporsi a sforzi finanziari tali da risentirne l’economia della famiglia per un non breve periodo di tempo.Tale esagerazione dovette essere, una volta, comune a tutta la Sicilia e preoccupare seriamente gli uomini di governo, se Federico III sulla fine del Sec. XIII, proibì che fosse reso pubblico il valore della dote. Questa volta, sempre di sera, «lu zitu» si presenterà con un notevole seguito di parenti e di amici, appositamente invitati, alla casa della fidanzata, parata a festa.Ivi si troveranno, oltre agli amici ed ai parenti della famiglia della «zita», anche i vicini di casa.Tutti si dispongono in cerchio e la «zita» viene fatta sedere nel mezzo; accanto ad essa viene posta una sedia con un fagotto, «truscia», contenente i doni del fidanzato.La futura suocera le va vicino con aria festosa, mostra il fazzoletto, dà inizio alla cerimonia, dicendo: «Primu nun mi viniatu nenti, ora m’a’ a viniri nora, teccà chisti ‘mpaccamadora cà pua ti nn’ aiu a dan ancora».(Prima non mi eri niente, ora mi sarai nuora, tienti questi —doni — per ora, che poi te ne darò ancora).Se il fidanzato è orfano ed a fare le veci della mamma è la sorella maggiore, questa, battendo le mani dice: «Tirituppiti la ‘nciambella, Pippinedda iè la cchiù bella, tecca chisti ‘mpaccamodora cà pua ti nn aìu a dan ancora». La ragaza tiene i doni sulle palme delle mani e sorride timida e compiaciuta.La futura suocera, o chi per essa, le pettina i capelli e chiede le forbici fra le risate generali ed esortazioni come «‘nzingammula bona ssa zita», «forza, tagliammucci assà oricchi».Si dice che le forbici, una volta, servivano per «tagliare un pezzettino di orecchio di fidanzata», .Ma per questa suppossizione valga quanto a proposito di una supposta usanza di tagliare le ciglia alle fidanzate: «Non è credibile tanto essa è stolta. Probabilmente si tratta di una mistificazione come tante ce ne nelle origini di alcune I doni consistono in «pettini», grembiuli, scialle, calze, cipria e saponette.La mamma del fidanzato pettina i capelli della futura nuora, glieli intreccia e le mette addosso lo scialle, indi la bacia.Gli invitati prorompono in applausi, mentre le donne, familiari del fidanzato, l’abbracciano e la baciano.La fidanzata, da parte sua, regala al promesso sposo cravatte, calzini, fazzoletti ed una sciarpetta di seta.Subito dopo lo scambio dei regali ha inizio lo «spinnagliu». Si offrono «calia» — ceci brustoliti — dolci e vino agli uomini; alle donne, al posto del vino, si offre rosolio.Intanto il parente o l’amico più scherzoso, racconta barzellette, improvvisa poesie d’occasione e propaga agli invitati brio ed allegria.Terminato «lu spinnagliu», ha inizio il suono con «friscaletti» (zufoli), «circhi» (cerchi), «tamburelli» ed il ballo.A proposito dei «friscaletti» si può dire che si ha una speciale vocazione per questo strumento musicale rustico. Tutti sanno costruirselo con un pezzo di canna, per il tubo, e un pezzettino di ramo di fico, per il tappo. Molto spesso, specie i pastori, adornano questi zufoli di disegni fatti con grossi aghi arroventati e poi, orgogliosi, li presentano come veri capolavori di arte pirografica. I balli più comuni sono «lu chiuovu», la «tarantella», la «quadriglia» e la «mazzurca».Le coppie non di raro sono dello stesso sesso.La domenica prossima la «zita» accompagnata dalla suocera e dalle cognate andrà all’ultima Messa nella Madrice e curerà di esibire scialle, pettini e altri doni del fidanzato. Si comincia intanto a pensare al disbrigo delle pratiche di matrimonio, si dà incarico al falegname di costruire il mobilio che va fatto a totale carico della famiglia della fidanzata, mentre le spese per l’abbigliamento della «zita» vanno a carico della famiglia del fidanzato. Si fissa il giorno delle nozze, tenendo presente che i mesi di maggio ed agosto sono considerati nefasti al matrimonio.Un proverbio avverte in proposito: «La zita maiulina Nun si godi la vistina». «La zita agustina si la porta la lavina». Finalmente si arriva al gran giorno delle nozze, che in genere è una domenica.I genitori dei fidanzati sono andati ad invitare parenti ed amici con le tradizionali frasi: «Duminica si ‘nguaggianu li carusi, si putiemmu arriciviri l’onuri aviti a viniri a la zita» (domenica sposano i giovani, se possiamo ricevere l’onore, domenica verrete alla festa di nozze, «a la zita»). Gli amici e i parenti intimi vengono invitati, oltre che a «lu ‘nguaggiu», a partecipare anche al banchetto, «la mangiata». La mattina, ad un’ora fissata, in genere le 11, dalla casa della sposa si muove il corteo nuziale consistente in due numerosi drappelli: il primo costituito dalle donne e preceduto dalla «zita» in abito nuziale, «spalleggiata» dalla mamma e dalla scuocera; il secondo costituito dagli uomini e preceduto dallo «zitu», spalleggiato dal padre e dal suocero. L’abito nuziale della sposa è sempre di seta e di colore azzurrognolo. Raramente è di colore roseo. Esso viene denominato «falletta di lu ‘nguaggiu» (abito di nozze) e gelosamente custodito. Non è raro il caso in cui quest’abito in seguito a voto, viene opportunamente trasformato per adornare gli altari delle chiese.Giunta in chiesa, la coppia siede davanti ad un tavolo appositamente apparecchiato e viene unita regolarmente in matrimonio dal sacerdote.La cerimonia in chiesa non ha alcuna caratteristica particolare. Dopo che gli sposi sono stati congiunti in matrimonio, alla fine della Messa, il corteo ritorna a casa della sposa nella identica disposizione in cui è venuto. All’uscita della chiesa, la suocera e la cognata baciano la sposa ed altrettanto fanno il suocero ed i cognati con lo sposo. Il corteo si avvia, curando di attraversare le vie principali. Al suo passaggio le buone massaie fanno larghi getti di frumento addosso agli sposi come augurio di abbondanza, pronunziando le parole di lieto auspicio: «Prosita! auguri e figli masculi». La «zita» curerà di non «scivolare» lungo il tragitto e di non inciampare nello scalino di casa. Una caduta sarebbe considerata come triste presagio di altre più infauste e disonorevoli cadute durante la vita coniugale. La suocera e la mamma cureranno eventualmente di sostenerla onde evitare il cattivo presagio; ciò che ha anche un evidente significato simbolico.Quest’uso richiama in parte quello dei Romani di sollevare la sposa nel varcare la soglia di casa.Nella casa della sposa, parata a festa, si procede subito allo «spinnagliu» consistente in distribuzione di «calia» e dolci per tutti, in rosolio e marsala per le donne ed in rosolio e vino per gli uomini.I doni degli invitati vengono esposti su uno o più tavoli posti in un angolo della casa.Essi consistono in quadri sacri, oggetti d’oro ed oggetti utili alla famiglia.Dopo lo «spinnagliu», ha luogo il banchetto, «la mangiata», al quale partecipano solo quelle persone alle quali è stato fatto esplicito invito. Il banchetto viene fatto a comuni spese delle due famiglie e caratteristica di esso sono i grossi maccheroni bucati, conditi con abbondante sugo di pomodoro e con formaggio, chiamati appunto «maccarruna di ziti», in omaggio a quest’uso nuziale.Dopo il primo piatto vengono serviti carne di maiale e di castrato, salsiccia con contorno di patate, dolci.Sulla tavola abbondano mucchietti di «scacciu», «calia» e capaci bottiglie di vino.Finito il banchetto, comincia il «suonu». Si suona, si canta e sì balla. Qualche volta, mentre i suonatori riposano, gruppi di contadini, imitando con la bocca i vari strumenti, fanno degli allegri salterelli o delle tarantelle che suscitano allegria e brio fra gli invitati. Il «suonu» si protrae sino a tarda sera, allorquando gli invitati più spiritosi non cominciano a pronunziare frasi come queste. «Và, iammuninni ca li ziti iannu suonnu», «Và, lassammuli quiesti criaturi». Allora gli sposi vengono accompagnati nella loro nuova casa. La sposina, per lo più piange.La madre e la suocera danno gli ultimi avvertimenti alla sposa e si accomiatano.Durante la notte, cognati e fratelli staranno nei «paraggi», pressi, della casa degli sposi ad evitare eventuali cattivi scherzi da parte di estranei. Gli amici, dal crocevia più vicino, canteranno canzoni d’amore, ora appassionate, ora piuttosto scherzose.L’indomani mattina all’alba, le suocere porteranno abbondante latte con sostanziose ciambelle d’uova da loro stesse preparate. La madre della sposa «farà il letto» e con simulata indifferenza farà in modo che la madre dello sposo noti le tracce della perduta verginità perché intimamente si compiaccia che una vergine è stata condotta dal figlio sul talamo nuziale. A mezzogiorno ha luogo un’altra «mangiata» alla quale parteciperanno solo i familiari degli sposi. Per questo pranzo viene preparato sostanzioso brodo di vitello, di gallina o tacchino. Gli sposi nei tre giorni che seguono quello delle nozze stanno in casa a ricevere visite e doni. La domenica andranno «a la Missa di li ottu jorna», alla Madrice, e cominceranno a ricambiare le visite, le quali possono protrarsi sino al mercoledì che segue immediatamente la domenica «di li ottu iorna». Lo sposo entro l’anno avrà cura di condurre la sposa ad un festino nei paesi vicini. Agli sposi si continuerà a dare l’appellativo di «ziti» sino a qualche tempo dopo la luna di miele.Molte delle usanze, che abbiamo descritte, stanno per essere lentamente soppiantate da quelle importate dalla città.

La morte

Per la sobria e laboriosa gente, come d’altronde per tutta l’umanità, tre sono gli eventi più importanti della vita: nascita, matrimonio e morte. La morte, in rapporto agli altri atti della vita, assume maggiore importanza. Mentre, per quanto riguarda la nascita ed il matrimonio, si può passare sopra a qualche imperfezione, alla morte si conferisce la maggiore solennità possibile. Che le feste della nascita e del matrimonio non siano veramente solenni, può essere in qualche modo tollerato, forse confortati dall’idea che maggiori onori potranno essere resi alla persona cara in tempi migliori, ma all’estinto bisogna rendere tutti gli onori e non si lesinano né lacrime, nè danaro. Ciò spiega perché da tempi lontani, i morti vengono accompagnati con la musica all’ultima dimora, nè circostanza alcuna ha potuto mai sradicare quest’usanza. Quando una persona sta per morire si usa spruzzare il letto e gli angoli della casa con acqua benedetta, prelevata dal fonte di una chiesa, servendosi di un mazzetto di menta. Ciò si fa per allontanare il diavolo, il quale si presenta ogni volta che una creatura sta per passare all’altra vita, nel tentativo di portarsene via l’anima. Si iniziano le litanie e si recitano «devozioni». Tra quest’ultime particolarmente diffusa è la seguente: Pensaci, arma mia binigna e cara , pensaci, arma mia, ca iè iunta l’ura. Lu corpu ccu l’armuzza si spripara (si divide), nun si sa la prima sira unni scura (pernotta). Tu corpu ti nni va’ ‘ntra un finimentu (nel nulla), tu, arma ti nni va’ addàri cuntu. — Chi cuntu v’aiu a dan, Diu d’amuri, Ca lu debitu iè assa’ e nun puozzu pagari. — E tu, figliuzza, nun stari a piccari, ti canciellu lu debitu ca m’ a’ dari. — Vi dugnu di palora, o Diu d’amuri, mi cuntientu muriri e no piccari. Se l’ammalato, poco prima di morire viene assalito dai pidocchi, si dice che «cci sbruglià la trizza di li piduocchi». Allora si ricorre all’intervento di una persona, in genere una donna, che abbia delle speciali virtù per essersi sottoposta ad apposite pratiche. Essa sul punto del corpo in cui ritiene sia il nido, «la cuva», degli insetti fa un segno di croce con un po’ di cotone inzuppato di acqua benedetta e recita a fil di labbra il seguente scongiuro: «Arritirati, populu ebreu, nun sbrigugnari la ma ‘gunia». Ripete l’operazione per tre volte e procede all’uccisione degli insetti. Si dice che dopo questa pratica i pidocchi scompaiono come per incanto. Per lenire al morente le pene dell’agonia e per ottenergli un buon passaggio, i congiunti accendono su un tavolo, vicino al letto, delle candele benedette, esse sono delle comuni candele comprate per l’occasione. Quando l’ammalato sta per spirare, tutti gli astanti s’inginocchiano e pregano. Nel disordine, che talvolta il morente crea sul letto, negli spasimi del trapasso, alcuni vedono i segni della lotta furibonda avvenuta tra l’Angelo Custode ed il demonio nella contesa dell’anima. Appena il morente ha emanato l’ultimo respiro, i congiunti gli si stringono attorno con grida e con pianti, chiamandolo ripetutamente per nome, quasi volessero svegliarlo dall’eterno sonno in cui egli è piombato. I parenti e gli amici li allontanano dal cadavere, danno loro abiti neri che subito indossano in altro vano, se c’è, od addirittura nell’attigua casa del vicino. Intanto se si tratta di un uomo si fa venire il barbiere, per radergli la barba. La tradizione vuole che al barbiere vadano l’asciugamano e la bacinella di cui si è servito per quest’operazione. Indi si procede alla vestizione.Si prendono gli abiti più belli; per gli sposati si prende l’abito di matrimonio, gelosamente custodito per il gran giorno.A proposito della vestizione dei morti, vige una credenza. Se il cadavere è «muoddru», cioè mostra una certa rilassatezza, ed è facile vestirlo, vuol dire che altra persona della famiglia lo seguirà entro breve tempo. Se invece il cadavere è «tisu», rigido, ed offre difficoltà nel vestirlo, vuol dire che la morte starà per molto tempo lontana da quella casa.Mentre altri procedono alla vestizione del morto, una donna, parente o vicina, va ad informare il sagrestano dell’avvenuto decesso. Immediatamente la grande campana della Madrice annunzia, coi suoi lenti e lugubri rintocchi, che una creatura umana è venuta meno.I «tocchi» della campana sono sette se il deceduto è un maschio, cinque se femmina (l’uno e l’altra che abbiano però superato i sette anni di età) — nove se prete, undici se vescovo.Se trattasi di bambini che non abbiano superato il settimo anno di età, due campane suonano a festa e a diverse riprese, «a gloria», quasi per annunziare che l’anima di un innocente è volata in Paradiso. Nei funerali dei bambini la musica suona a festa. Dopo che il cadavere è stato accuratamente vestito, viene adagiato su un lettino preparato in mezzo alla casa. I congiunti si siedono attorno e cominciano a «ripitiari», cioè a tesserne nel pianto le lodi. Si citano episodi della vita, in cui l’estinto aveva dato prova delle sue rare doti e se ne rimpiange maggiormente la perdita. Queste nenie sono caratteristiche. I piangenti sembrano passare dalla parlata al canto. Le parole sono quelle che un amore profondo e un dolore senza rassegnazione possano suggerire.Se si tratta di un figlio, la madre esprime, in genere, questi pensieri: Figliu bieddru, la matri, Cavalieri miu, la matri, trisolu di la casa mia, la matri, e cuomu facisti a muriri? Cisso! E chi nnenti mi dici cchiù? E chi nun li grapi cchiù s’ucchiuzzi? E chi ppi sempri si chiusi ssa vuccuzza amirusa? Figliu, figliu miu la matri, Ca ogni vota ca t’arricampavatu sempri mi scummattiatu, la matri: — Mà, nun s’avi a cunfunniri, ora ci sugnu i e un piezzu di pani nun ci pò mancari. Ma nn’aviatu curaggiu! E chi mai ti cunfunnivatu? Figliu miu, la matri, gioia miu, la matri, ca ora ca muristi tu cadì lu travu di la casa mia, la matri. Figliu, figliu miu bieddru, trisolu di lu ma cori, gioia di l’arma mia, amuri mmiu, la matri. Se si tratta di un marito i pensieri che esprime la vedova sono, in genere, i seguenti:Gioia miu, marituzzu miu, mma nn’aviatu amurusanza! E sti picciliddri quantu li vuliatu beniri! E quantu ieratu pinsirusu! E ora ca ittasti li spaddri ‘n terra, nni lassasti a tutti ‘mrniezzu la via! Marituzzu, marituzzu bieddru, chi nnenti mi dici cchìù? chi nnenti n’ha pena di sti figli? Figli mia, la matri, ca finì ppi vuantri lu munnu. E chi nn’at’a bidiri cchiu di sta vita? Guai cuomo a chiddri chi staiu vidiennu. Maritu, marituzzu miu amuri miu, trisolu di casa, ca nni lassasti a tutti ‘mmiezzu la via! Intanto il falegname ha allestito «la bara». Il cadavere vi viene amorevolmente adagiato, gli si legano i polsi delle gambe perché i piedi stiano ben diritti e gli si calzano le scarpe. Giunge l’ora in cui il caro estinto deve essere portato all’ultima dimora. il momento fatale in cui egli lascia la casa per non ritornarvi mai più. Il dolore dei congiunti si manifesta violento e scomposto. Le donne si strappano i capelli e si scagliano contro quelli che portano via la bara. Intanto fuori è cominciato il lugubre rullio del tamburo. Tutti piangono, tra le grida dei congiunti ed il cadenzato rullio del tamburo, si snoda lento il corteo.Sono tutti presenti amici, parenti e vicini: mancare è una grave «mancanza» di riguardo, «attinzioni», al morto ed alla sua famiglia.Avanti va la banda musicale inquadrata, quindi, i sacerdoti ed i portatori di ghirlande. Nel mezzo un sacerdote ed il crocifero.La bara va portata sempre a spalla anche quando si fa venire da fuori la carrozza funebre.Immediatamente dietro la bara stanno i congiunti e gli uomini, quindi le donne.Una donna, che fa da «mascia», dà inizio alla recita del Rosario. La musica intona marce funebri.Si invocano i parenti del morto seppelliti nel cimitero perché vengano a fare buona accoglienza al nuovo arrivato. Intanto la musica intona la «19», marcia funebre tradizionale, che esprime efficacemente il dolore violento, talvolta bestiale, del nostro popolo.I tecnici dicono che la «19» è di Anonimo della seconda metà del secolo XVIII. L’estremo saluto al morto viene dato dai congiunti tra grida disperate. Gli amici li allontanano dalla salma e li conducono a casa. Il giorno dei funerali è seguito da altri tre giorni di silenzioso «visitu» durante i quali si va a fare visita ai congiunti del morto.I parenti ed amici intimi preparano in questi giorni il «cuonzulu», specie di banchetto funebre, che ha luogo nella stessa casa in cui si tiene il «visitu» ed al quale partecipano anch’ essi. Per tre giorni non si accende il fuoco né si lievita il pane nella casa del morto. Sino a poco tempo addietro gli uomini, in segno di lutto, non si radevano la barba per un intero mese. Ogni volta che lo scomparso va in sogno a qualcuno, questi si premura di avvertirne la famiglia perché abbia cura di far recitare una messa o di elargire delle elemosine in suffragio della sua anima. Infatti si dice che quando i morti «camminano» hanno bisogno di suffragi Il culto dei morti è molto diffuso nella zona.Ogni volta che si recita il Rosario, l’ultima posta va recitata appunto per le anime sante del Purgatorio: All’ultimu misteru ca iè di tutti! L’armuzzi santi su’ misi a li porti, O boni agenti, priammucci ppi li morti; Chistu iè passaggiu c’ammu a fari tutti. ‘Na posta di Rusariu nun è nenti dammu arripuosi all’armi santi. Arma ‘n celu e corpu ‘nterra e pi vu’ iè recula materna, recula materna, recula materna.

Abitazioni

Secondo la gente, spendendo dei soldi nella compera di un piccolo appezzamento di terreno, si può ricavare dopo qualche tempo quel guadagno necessario all’acquisto di una casa. Il denaro, invece, speso per l’abitazione è un capitale che non dà alcun frutto. Perciò solo una minima parte dei risparmi viene spesa per la casa, mentre col resto si preferisce comperare un campicello. Infatti, dicono comunemente: «Lu turrenu fa la casa, ma la casa nun fa lu turrenu». La maggior parte delle abitazioni sono orientate verso Sud, favorite dalla felice esposizione del paese. La copertura in genere è costituita da travi sui quali, in senso normale, sta uno stoiato di canne su cui poggiano tegole di terracotta. I contadini non hanno, in genere, case comode e discretamente igieniche. Particolarmente scomoda è la casa del bracciante agricolo abituale, «lu jurnataru». Essa è di pianta quadrangolare o rettangolare. In unica abitazione si trovano talvolta la mangiatoia dell’ asino, il letto, la cucina, la legna, una piccola riserva di paglia per la bestia, la madia ed altri arnesi per impastare il pane. Una lunga cassa, il cassone nuziale, serve alla custodia della biancheria ed un tavolo alla consumazione dei pasti. Entrando nella casa, quasi sempre a sinistra, si trova al muro una specie di rudimentale pensilina, «la finescia», sulla quale stanno stoviglie ed una campana di vetro contenente un’immagine sacra. Il mezzadro, ha la stalla divisa dall’abitazione. Le tavole del letto poggiano sui lati paralleli di un rettangolo lungo due metri ed alto poco meno di un metro, costituendo il «granaru» destinato a riporvi i cereali. Migliore è l’abitazione del «burgisi». Essa si eleva al di là del piano terreno con una «cammara», fornita di una o due finestre. Sul davanzale di esse si sporge una «balata» su cui stanno delle «graste» con fiori. Le scale sono poco comode e irte. Il «burgisi» preferisce abitare il piano terreno. Quivi, in un’ampia alcova, sta il letto. Il materasso viene ripieno di stipa tenacissima che lui stesso, nei mesi estivi, va a mietere sul greto del fiume. I più agiati sul materasso mettono soffici velli di montone. I muri sono ornati di quadri sacri. Oltre al tavolo ed al cassone, vi si trova qualche volta anche il «comò» o «cantaranu». Sui muri dell’alcova si vedono, oltre a immagini di Crocifissi, Madonne e Santi, anche candele e palme benedette. Le abitazioni degli zolfatai e degli artigiani raramente vanno al di là di due piccoli vani. Esse però si presentano un po’ più linde, data l’assenza di animali da soma. Di gran lunga più comode e igieniche sono le abitazioni dei «galantuomini», di quegli elementi cioè che vivono con rendite di terreni o lucrose professioni. Per quanto poche siano quelle costruite secondo i moderni criteri, se ne trovano belle e spaziose e quasi tutte stanno ubicate nelle piazze e vie principali. Da questi scarsi cenni si può vedere come ancora parte della popolazione abiti, dorma e lavori in unico vano. In esso la famiglia si ammucchia durante il giorno e vi dorme alla rinfusa durante la notte. Se la vita vi è possibile, si deve alla solerzia ed alla instancabile opera di pulizia delle nostre massaie. L’iniziativa degli organi governativi di costruire un congruo numero di case popolari tende a migliorare questo increscioso stato di cose. In estate il nostro contadino, sia perché costrettovi dal tipo di lavoro, come la trebbiatura, sia perché costrettovi dalla distanza che lo separa dal paese, preferisce rimanere in campagna, nel «pagliaru». Di pagliai, specie nel periodo estivo, se ne vedono di tutti i tipi nelle campagne, Ve ne sono a pianta rettangolare, quadrangolare e persino circolare quando debbono servire ad un maggior numero di persone. Nel breve periodo di qualche ora, spesso, il pagliaio è già bello e costruito dai nostri contadini. I pagliai che stanno vicini all’aia presentano però caratteri di provvisorietà. Sono costruiti con fasci di stoppie e con ferle, presentano pianta e copertura di forma rettangolare e vengono detti «a baullu». Ben pochi di essi sopravvivono alla fine della trebbiatura. Più solidi e più ampi sono invece quelli costruiti in mezzo agli orti estivi o ai frutteti.

Abbigliamenti

L’abbigliamento, sebbene lentamente, subisce l’influenza della moda. Quelli che vestono secondo l’antica foggia sono i vecchi contadini. Essi portano ancora un berretto di lana nera leggerissima, "La birritta", che cade con la punta sull’orecchio sinistro o all’indietro. La giacca, «la bunaca», è di velluto rigato o liscio. I pantaloni sono anch’essi di velluto. Calzano stivali che arrivano fino al ginocchio. La camicia èdi lino o di cotone, molto spesso sfornita di cravatta. D’inverno portano pesanti «cappucci» di panno, foderate internamente di lana verde o rossa. L’abbigliamento delle contadine anziane ha molto dell’antico. Esse ravvivano i capelli con acqua e un po’ d’olio d’oliva, li raccolgono in un fascio all’occipite con un laccio, «lu ‘ntrizzaturi», e li attorcigliano, formando un grosso nodo, «lu tuppu». Coprono il capo con un fazzoletto, «muccaturi di ‘intesta», che annodano sotto il mento. Esso è generalmente bianco. Portano un bustino, raramente ornato di stecche di balena, d’acciaio o di legno. Le gonne, lunghe sino ai calcagni, sono arricciate e strette alla vita, e larghe cinque «fersi»’. Alla vita legano una specie di grembiule, «lu fadali», che arriva sino alle caviglie. Le calze sono di cotone di vario colore e ricamate. Le mogli di «burgisi» calzano «stivaletti». Fuori di casa, coprono la testa e le spalle con la «mantillina» nera. Una volta, nei giorni feriali, usavano portare la «mantillina» di lino, tessuta in casa. Tutte le donne portano orccchini d’oro delle forme più varie. I più diffusi sono quelli a forma di ampi e pesanti cerchietti. Orecchini più piccoli, «vini», venivano anche portati dagli uomini sino alla fine del secolo scorso.

Alimentazione

L’alimentazione è prevalentemente farinacea. La parte principale del vitto è costituita dal pane. L’uso della pasta è comune. La pasta viene preparata in casa, «pasta di casa», o comperata alla bottega, «pasta di cuonzu». In casa si preparano gli gnocchi, la «tagliarina», specie ditagliatelle, i maccheroni, le lasagne. la «tagliarina» e gli gnocchi vengono per lo più cucinati con cavoli o conditi con una specie di purè di fave, «maccu», o con lenticchie. I maccheroni, come le lasagne, vengono conditi con sugo di pomodoro o con aglio crudo grattugiato ed olio d’oliva, «lasagne o maccheroni a la carrittera». Nel mese di maggio si fa abbondante uso di legumi freschi. La carne, tranne che per Natale o per qualche altra festa principale, in cui viene comprata a chili, rimane generalmente lontana dalla tavola dei nostri contadini. Il maiale viene allevato quasi sempre per essere venduto, le galline sono curate dalla massaie per il lucro delle uova e per servirsene durante le malattie. In inverno il contadino fa tre pasti al giorno, due a sacco in campagna e un terzo, il principale, la sera al ritorno. La sera tutta la famiglia si riunisce attorno alla tavola sulla quale stanno uno o due enormi piatti, «li tazzi», piene di minestra, spesso «tagliarina», e diversi componenti mangiano in unico piatto. In genere, presso i contadini, non si va al di là della pasta che in occasione delle feste. In estate, nei giorni in cui il contadino lavora 16 ore su 24, i pasti ascendono a cinque: spuntino, colazione, pranzo, merenda e cena. Lo spuntino, si fa prima di mettersi a lavoro, la colazione dopo circa tre ore, il pranzo verso mezzogiorno, la merenda verso le ore 17 e la cena a sera. Tutti i pasti sono frugalissimi. A base di essi rimane generalmente il pane. Il companatico è comunemente costituito da olive, cipolle, formaggio o frutta. Nei periodi della mietitura e della trebbiatura, durante i pasti, si fanno anche larghe bevute di vino. All’inizio di ogni pasto è d’uso segnarsi e dare il «sa benedica» ai genitori ed ai più anziani. Il pane, come abbiamo già detto, rimane alla base dell’alimentazione dei nostri contadini. Esso non deve essere mai posato al rovescio e, se intero, prima di tagliarlo, si deve segnare col coltello una croce sul rovescio e baciarlo. Secondo il Toschi, l’uso di non posare mai il pane al rovescio sulla tavola potrebbe essere derivato dal fatto che sul diritto vi è tracciata una croce, anche quando su questa parte vi è tracciata una palma o si trova l’impronta della chiave, il pane non si posa mai al rovescio. Il pane presenta delle particolari caratteristiche. A differenza dei paesi viciniori, esso assume le forme più differenti. Viene impastato in casa con farina di frumento duro. Preparata la farina, nella madia, «la maiddra», la massaia vi scioglie il lievito. Indi si va aggiungendo dell’acqua fino a che non si formi un unico pastone, che, avvolto con ampia tovaglia, essa mette sulla testa e porta dal fornaio. Quivi il pane viene gramolato, «scanatu». Il pastone viene diviso in parti uguali, dalle quali si formano i pani delle diverse forme: «chichiri», «chichireddra», a «purciddrati», a «cruci», a «cuoculi», ecc. Ciascun pane viene segnato, col disegno di una croce, una palma, o con la chiave di casa o del cassone nuziale per distinguerlo da quello di altre famiglie. Nelle feste la parte superiore di ciascun pane viene inumidita con uovo sbattuto e cosparsa di semi di papavero, «paparina», o di sesamo, «giuggiulena». Indi si mette su delle tavole, si copre con panni e si fa lievitare. Dopo di che si mette a cuocere dentro il forno ben riscaldato, «famiatu». Le diverse fasi della lavorazione del pane sono intercalate da comuni preghiere. Qualche volta la cottura del pane non riesce. Esso allora si dice "passatu" se è stato infornato dopo che era arrivato al punto preciso; si dice «aimu» se, al contrario, esso è stato infornato prima. In quest’ultimo caso il pane fila ed ha sapore disgustoso. In estate il pane si fa «caddriatu». La «caddriata» si fa conficcando alternativamente e con forza le pugna strette nella massa impastata perché il pane ne risulti ben lavorato. Il pane gramolato è conosciuto nei paesi viciniori anche per le forme caratteristiche e per la lavorazione. Spesso piace mangiarlo anche senza alcun companatico. Quando il pane viene a mancare, le massaie prendono un po’ di pasta non lievitata, la schiacciano e fanno i «cuddriruna» di forma rotonda che possono cuocere, oltre che nel forno, anche sulla brace. Qualche volta, specie nei mesi estivi, fanno una specie di focaccia, detta «fuata». A Natale si fanno i buccellati, «purciddrata». Essi sono i comuni «chichiri» delle feste, ripieni di mandorle e fichi secchi tagliuzzati e Precedentemente bolliti con garofano, pepe e cannella. Per l’Immacolata, tradizionali sono i «muffuletta». Essi vengono fatti con pasta «caddriata», conditi con anice, «cimini dunci», ed hanno bisogno di una particolare lievitazione.

Attività

Il nostro paese era prevalentemente agricolo. La maggior parte dei suoi abitanti è dedita all’agricoltura ed a questa attività sono rivolte tutte le cure, le speranze, l’amore. Fra i contadini bisogna distinguere «lu iurnataru», il «paraspularu», ed il «burgisi». "Lu iurnataru" è il povero bracciante agricolo che non ha alcun appezzamento di terreno in coltivazione, in quanto sfornito di animali da lavoro. Qualche volta possiede un asino, «lu sceccu», di cui si serve per lenire la fatica delle distanze e per industriarsi nei periodi di disoccupazione Lavora sempre per conto terzi e quasi ogni sera si trova in Piazza in cerca di lavoro. È il bracciante agricolo abituale. E superfluo dire quanto la sua vita sia misera. Il «paraspularu» possiede due muli, ha in coltivazione appezzamenti di terreno di una certa estensione, «paraspola». Se aiutato da un discreto numero di figli e favorito da una serie di «buone annate», può comperarsi un po’ di terreno ed assurgere a «burgisi». Il«burgisi» possiede case, animali e terreni che coltiva in proprio. E il coltivatore diretto. Sobrio e risparmiatore, è tutto dedito ai suoi campi di cui vorrebbe aumentare sempre più il numero. Il contadino ama trascorrere in paese la notte. Tranne che per il periodo estivo, egli preferisce rientrare in paese ogni sera, nonostante le considerevoli distanze che talvolta lo separano dai posti di lavoro. E queste strade, che per la maggior parte sono vecchie trazzere con fondo cattivo, i contadini percorrono la mattina per recarsi al lavoro e ripercorrono la sera per ritornare in paese, qualche volta anche sotto la pioggia. Sciupio di energie, fatica enorme che rovina l’esistenza dei nostri contadini. L’assillante problema delle distanze, che toglie ad essi la gioia delle più belle operazioni agresti, traspare talvolta da qualche loro mesto canto:«Si nun fussi ppi lu jri e lu viniri, Fussi spassu ppi mia lu vinnignari».Il contadino è sempre in attività. Nei giorni di cattivo tempo egli rimane in casa a «rattiddriari», cioè ad aggiustare corde, basti, strumenti di lavoro ed altri oggetti utili al mestiere. Le mogli dei contadini non partecipano ai lavori pesanti. Esse vanno in campagna solo nei mesi estivi a spigolare o a dare un po’ di aiuto ai loro mariti nell’aia. Normalmente le donne accudiscono alle faccende di casa. Prima che il paese venisse fornito di un regolare servizio idrico, esse erano solite andare ad attingere l’acqua alle sorgenti delle vicine campagne con le brocche che portavano diritte in testa, servendosi di un cuscinetto, «la spera». Molto vicina alla categoria dei contadini è quella dei carrettieri. L’estate è il periodo aureo per i carrettieri in quanto i contadini ricorrono quasi sempre a loro per il trasporto dei cereali. Essi nella compera del carro badano, oltre che alla consistenza del materiale, anche all’estetica. Quella degli stovigliai è un’attività circoscritta ad alcune famiglie che si tramandano il mestiere di padre in figlio. Lavorano prevalentemente durante il periodo estivo. La loro vita è grama e son soliti ripetere quel proverbio ormai diffuso in tutta l’isola:"Arti di crita povira e minnica". Fabbricano tegole, mattoni, «pantofoli». Sfruttano l’argilla, «la crita», che abbonda nella parte meridionale del paese. Piace ad essi dar prova della loro abilità specie negli oggetti lavorati al tornio di legno. Sono capaci di fabbricare qualunque recipiente necessario ai bisogni della famiglia. Prova di singolare sveltezza danno nella fabbricazione dei mattoni, «maduna», e dei tegoli, «canala». Su di un «bancu» in muratura mettono una tavoletta spalmata di sabbia, «arma», vi mettono sopra una cornice quadrata, «lu tilaru», e vi pigiano dentro un pezzo di argilla in modo che ne occupi più compattamente che sia possibile l’interno del «tilaru». Con un regolo piatto, bagnato con l’acqua della fossetta che si trova sul «bancu», rendono ben liscia la parte superiore del mattone, indi fanno girare uno spago che sta legato alla cornice e tirano fuori il mattone che mettono ad asciugare al sole e poi collocano nella fornace, «carcara». La pastorizia, una volta fiorente, è ormai in rapida decadenza, data la scarsezza dei pascoli. I vecchi pastori parlano dei periodi aurei della pastorizia, quando rilevanti erano le estensioni di terre incolte. Dicono essi che i migliori «burgisi» non esitavano a sposare le proprie figlie coi giovani pastori. Pochi sono gli elementi dediti al commercio che si svolge principalmente nei mesi che seguono immediatamente la raccolta. L’artigianato è un po’ quello comune a tutti i paesi della Sicilia. costituito in maggioranza da calzolai, la cui attività si intensifica nel periodo che va da novembre a dicembre, cioè all’inizio della cattiva stagione. Anch’essi vivono alla giornata, assillati da debiti e preoccupazioni.


 
 
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mi chiedo perchè non veniva affrontato senza legarlo? solo i codardi lo sanno.
Sdegno e rabbia per l’uccis...
Non ho parole per descrivere quello che sento,anche se la notizia e` stata publicata mesi fa l`idea ...
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Un articolo a caso
«Staffetta rosa» in Consiglio comunale
Buteraweb.it, 07/01/10
Fonte: "La... Leggi tutto...
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