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Butera e la sua Storia PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Butera e la sua Storia
Le Origini di Butera
Le contrade storiche
Tra leggenda e storia
Le chiese più antiche
Al confine di tre civiltà
I Castelli
Paesaggi naturali
La cultura antica
Le feste religiose
Cittadini benemeriti


Paesaggi naturali ed archeologici

Frequentato fin dall’antichità per la fertilità del terreno, l’abbondanza d’acqua e la mitezza del clima, il territorio di Butera offre una non comune varietà di paesaggi naturali e antropici di grande bellezza, che ne fanno una delle zone più interessanti di questa parte meridionale della Sicilia. Dallo splendido e incontaminato tratto litoraneo di dune sabbiose, luogo di sosta o di transito di numerosi uccelli migratori, ai rilievi più alti e scoscesi, alle morbide colline tra pianure e vallate ricche di vegetazione e di fauna. Da non perdere, l’emergenza calcarea della Muculufa, le suggestioni del complesso montuoso del Dessueri e il rigoglioso ambiente del bacino del Comunelli.
Per la sua particolare ubicazione geografica, l’ampia porzione sud-occidentale della provincia di Caltanissetta corrispondente in maniera approssimativa ai territori dei comuni di Butera, Riesi, Mazzarino, Gela e Niscemi, può ben considerarsi una sorta di mesogheia, una "terra di mezzo", e perciò di transizione tra sistemi orografici, aree geologiche, ecosistemi, ambiti naturalistici, parecchio differenti. Tale area, infatti, si trova agli estremi confini dei due sistemi oro-grafici che circondano a nord la pianura di Gela — le ultime propaggini meridionali dei Monti Erei e le prime alture occidentali dei Monti Iblei — ed è in buona parte compresa nell’area geologica centrale della Sicilia, delimitata a nord dalla catena costiera settentrionale, ad ovest dai Monti Sicani, ad est dal tavolato sud-orientale. A sua volta, il territorio di Butera si distende, da sud verso nord, tra il litorale dell’ampio golfo di Gela e i rilievi collinari interni di Mazzarino Piazza Armerina e, da est verso ovest, tra la pianura alluvionale di Gela e il corso terminale della valle del fiume Imera meridionale (o fiume Salso), che segna il limite orientale dell’altopiano gessoso-solfifero e costituisce l’elemento geografico di confine tra la Sicilia orientale e occidentale. Pur se relativamente poco esteso (29.700 ettari), perciò, l’agro di Butera offre una non comune varietà di paesaggi ed ambienti naturali e antropici di valore, che ne fanno una delle zone più interessanti di questa porzione della fascia meridionale della Sicilia. Dal punto di vista morfologico, il territorio è caratterizzato, nel suo complesso, da una profonda fascia litoranea sabbiosa, dalla quale s’innalza progressivamente, da sud-est verso nord-ovest, una serie di morbide colline argillo-marnose intervallate da vaste zone pianeggianti di natura alluvionale, dalle quali ultime emergono isolati, specie a nord e a nord-est, pia-non argillo-sabbiosi, dossi gessosi, calanchi marnosi e numerose creste calcaree. Tale rilievo è mediamente compreso tra O e 300 metri sul livello del mare nella cintura subito a ridosso della costa e, più all’interno, verso est, intorno ai margini della piana di Gela; tra 400 e poco più di 500 metri nella fascia a settentrione dell’abitato di Butera. L’intera area è, poi, solcata da una fitta rete di valloni di modesta lunghezza e portata, e dalle più importanti vallate dei torrenti Rizzuto e Comunelli. Sono questi caratteri — direttamente correlati alla diversa natura dei terreni ed all’azione fortemente modellatrice dei fenomeni erosivi — che determinano la diversità del paesaggio e degli ambienti naturali del territorio di Butera, i quali, pur se in generale non conservano più l’originaria copertura vegetale, sono capaci di dispensare forti suggestioni e, specie in talune zone, di manifestare ancora gli aspetti più tipici dell’ambiente mediterraneo, sia lungo la costa, sia nell’entroterra. La storia di questo paesaggio è da sempre strettamente connessa all’attività dell’uomo, che qui, più che altrove nell’Isola, ne ha profondamente modificato la fisionomia. La non comune fertilità delle pianure litoranee e dei primi contrafforti collinari; il clima particolarmente favorevole; l’abbondanza di corsi d’acqua, molti dei quali, un tempo, navigabili per lunghi tratti verso l’interno e la cui ampiezza delle foci offriva facile ormeggio alle imbarcazioni; le grandi riserve di legname, costituite dalle immense foreste di alberi d’alto Fusto e dalle macchie, capaci di soddisfare le esigenze militari e civili; la possibilità di costruire centri fortificati sulle alture, necessari sia per il controllo delle coste e delle vie di comunicazione interne, sia per scopi difensivi: sono questi i principali fattori che hanno determinato, sin dalla Preistoria, l’ininterrotta e attestata frequentazione umana di queste aree. Ciascun popolo, secondo la propria cultura e le proprie esigenze, ha perciò lasciato, nel tempo, i propri profondi segni: i Romani, con i disboscamenti, la conversione delle aree collinari a monocoltura cerealicola e il latifondismo (l’Itinerarium Antonini indica una sola famiglia quale proprietaria della piana di Gela e del suo entroterra); gli Arabi, con l’introduzione di nuove ed efficienti tecniche di utilizzazione delle acque, di una straordinaria quantità e varietà di specie vegetali e con la ridistribuzione della proprietà terriera (al Idrisi, nel XII secolo, scrive, tra l’altro, a proposito di Butirah: «Il territorio dà frutte squisite e abbondanti e mirabili produzioni»); e poi, i Normanni, che ritornano al latifondo, gli Svevi che ridistribuiscono ancora le terre, fondano nuove città, favoriscono l’espansione dell’allevamento e, soprattutto, dell’agricoltura (è introdotta la coltura della vite). E via via, sino ai nostri giorni, ai quali il paesaggio naturale (così come quello agrario) è consegnato profondamente stravolto rispetto alla sua originale fisionomia. Paesaggio, tuttavia, sempre invitante, affascinante e, talvolta, pure arricchito da quei segni dell’uomo. Dall’alto dei suoi 400 metri, l’abitato di Butera, posto suggestivamente sul pianoro d’una collina argillosa, domina una vastissima area interna e un’ampia porzione del golfo di Gela: uno straordinario paesaggio, quest’ultimo, su uno dei pochi lembi residui del sistema dunale che, un tempo, doveva caratterizzare quasi per intero la costa meridionale della Sicilia e che aveva riscontro solo nei litorali sabbiosi nordafricani. Questo splendido tratto litoraneo (che recenti analisi indicano come uno dei pochissimi in Sicilia ben al di sotto dei limiti di legge imposti per le acque di balneazione) si conserva per intero incontaminato, e perciò ospita un’espressiva vegetazione dunale e rìpariale, ricca di alcuni notevoli endemismi da proteggere, come la Reamuria vermiculata, una Tamaricacea vulnerabile, e la bianca ginestra Retama raetam, specie di origine africana, presente soltanto in rari siti del litorale mediterraneo. Lo stesso ambito è particolarmente rilevante anche per la ricca avifauna che nidifica fra le dune costiere e negli ambienti umidi retrodunali, ed è, quindi, luogo ideale per l’osservazione del transito di una notevolissima quantità di uccelli che vengono a svernare lungo la fascia costiera, ovvero vi sostano in gran numero, prima di riprendere la lunga e faticosa migrazione. Oltre la fascia costiera si estende una teoria di basse e morbide colline retrodunali fortemente antropizzate, i cui ambienti tuttora caratterizzati da buona naturalità sono relegati soprattutto in taluni tratti delle vallate fluviali, colme di vegetazione e di fauna. Subito a ridosso, il territorio si presenta oltremodo vario, e poi, ancora più a settentrione, ove sono i rilievi più alti, maggiormente accidentato. Rocce argillose o sabbiose sono presenti, infatti, a sud-est dell’abitato e ad occidente, in direzione del fiume Imera; cime sabbiose e ampie spianate, a nord-ovest, nei pressi di Monte ludeca (526 metri); suoli alluvionali, a nord di Monte Milingiana (430 metri), ove la morfologia si presenta ora aspra, ora pianeggiante, ora ondulata; aspri e isolati rilievi, a nord-ovest (La Muculufa, 355 metri), a nord-est (Monte Dessueri, 464 metri) e, soprattutto, a settentrione (Monte Serralunga, 420 metri; Monte Perni, 516 metri; Serra Castelluzzo, 525 metri), ove il paesaggio appare più tormentato e talvolta impreziosito da scoscendimenti, sporgenze, ampie conche vallive, affioramenti geologici. La copertura vegetale di questi ambienti rivela tuttora, in parecchi lembi residui (Monti Desusino, ludeca, Milingiana, Dessueri, La Muculufa), il fasto di un tempo, quando l’intera area era rivestita da una macchia sempreverde con dominanza di Olivastro, Carrubo e varie specie di querce. Il rimanente territorio esibisce un paesaggio prevalentemente caratterizzato dalle colture erbacee e arboree, dai mosaici colturali, dai vigneti, dai rimboschimenti, ma anche da ampie praterie e formazioni arbustive naturali: ambienti, questi ultimi, ove sono presenti numerose e interessanti specie erbacee, come una Leguminosa relativamente nuova per la Sicilia e in serio pericolo di estinzione, l’Astragalus raphaelis, che vegeta sui prati argillosi incolti. Tra tutti questi ambiti, alcuni meritano una seppur breve notazione a parte: La Muculufa, il complesso montuoso del Dessueri (o Disueri), le ampie vallate interne e il bacino artificiale del Comunelli. Il primo, una spettacolare emergenza calcarea isolata a nord-ovest del territorio di Butera, attiene alla valle dell’Imera meridionale, e di questa restituisce non solo l’immagine dello straordinario ambiente fisico, ma anche il valore di un habitat naturale di gran pregio, caratterizzato com’è (e da tempo sottoposto a vincolo paesaggistico) da significativi aspetti di macchia a Palma nana e dall’importante presenza di numerose orchideacee e rare iridacee. Il complesso montuoso del Dessueri, immediatamente ad est dell’abitato, si estende anche in territorio di Gela, ove comprende i rilievi di Monte Canalotti e Monte Gibliscemi. Si tratta di un’ampia area particolarmente densa di bellezze paesaggistiche e sede di taluni relitti di lecceta e di arbusteti della macchia mediterranea; qui, nel sottobosco dell’Olivastro, del Carrubo, del Lentisco, vegetano numerosissime e importanti erbacee, tra le quali il Cynoglossum clandestinum, una rara borraginacea il cui areale èlimitato alle sole Sicilia e Sardegna, e un gran numero di ofridi e orchidi. Le numerose e ampie vallate che incidono più o meno profondamente il territorio, offrendo suggestivi scorci paesaggistici, ospitano spesso un ‘intricata vegetazione soprattutto di varie felci e costituiscono anche una ricchezza dal punto vista ornitologico poiché taluni di questi canaloni rappresentano — così come il bacino artificiale del Comunelli, a sudovest di Butera — delle vie preferenziali di migrazione e rifugi ideali per moltissime altre specie legate a questi ambienti. Ma se l’area compresa fra i territori del comune di Butera e quelli immediatamente limitrofi ospita più di duecento specie, tra nìdificanti e stazionarie, non meno significativa è la presenza di altri animali: piccoli mammiferi, rettili, invertebrati, insetti. Una buona rete stradale, in gran parte asfaltata, consente di muoversi agevolmente attraverso questo variegato territorio e di scoprirne così i luoghi più signiflcativi. Per raggiungere la costa, dal centro di Butera, basterà immettersi sulla strada statale 191 e percorrere il breve tratto panoramico che la separa dall’incrocio con la statale 115, nei pressi di Gela. Da qui, piegando in direzione Licata, ci si muoverà, subito dopo aver superato il corso finale del torrente Comunelli (la cui foce è raggiungibile da Manfria), sino ad incrociare la strada che conduce a Marina di Butera, prima, e poi alle spiagge antistanti il contrafforte sul quale svetta il castello di Falconara, al confine occidentale del territorio di Butera. Unico della provineia nissena a sorgere in riva al mare, il piccolo maniero è giustamente noto per la particolare bellezza della sua posizione, immerso in una rigogliosa vegetazione, su un promontorio roccioso sul mare. Dalla costa, procedendo in direzione Ravanusa-Riesi, ci si potrà muovere verso i rilievi occidentali e la valle dell’Imera; ancora, dall’abitato, immettendosi nelle arterie che si dirigono verso nord (Riesi-Caltanissetta), sarà possibile raggiungere i rilievi settentrionali e, quindi, tornando indietro verso sud-est (in direzione Gela), giungere al versante occidentale del complesso montuoso del Dessueri. Un’ultima escursione da non mancare è quella al bacino artificiale del Comunelli (si raggiunge facilinente dalla stazione ferroviaria di Butera), interessante sia per l’osservazione di uccelli migratori e stanziali, sia per la particolare suggestione che esso conferisce al paesaggio, sia, infine, per il rigogliosissimo e ben attrezzato parco omonimo che ammanta i vicini rilievi.

ZONA CONSI

Consi è formata dal ripido pendio che da Butera scende ad Ovest fino al torrente Fiumicello. Nella prima terrazza si trovò il muro di una capanna sicula, luogo adatto agli abitanti dell’età preistorica; seguirono le abitazioni di età romana - cristiana - bizantina con l’annessa necropoli. Le abitazioni dovettero prolungarsi fino al mille, quando il centro di Butera diventò caposaldo della politica interna della Sicilia. In superficie si trovarono frammenti di ceramica bizantina invetriata e molto materiale fittile a vernice nera della fine del IV secolo a.C. Tutto il materiale rinvenuto si riferisce al primo insediamento in cui incominciarono a servire le prime capanne sicule e queste capanne hanno avuto vita all’inizio del VII secolo a.C., seguito poi dall’arrivo dei Rodio-Cretesi a Gela con il primo passo verso l’interno e si segna la fine di questa capanna fuori la roccaforte di Butera con il silenzio che dura fino alla metà del IV sec. a.C., con il risveglio timoleonteo, ove appaiono pezzi di ceramica tipica della fine del IV sec.

FONTANA CALDA

Fontana Calda è stata sede di necropoli appartenente al centro di Butera antica. Il ricco ritrovamento di statuette spinse il prof. Adamasteanu a cercarne la provenienza. Nella proprietà di Crispino Piazza, venne rinvenuto il nucleo principale dello scarico. Attorno alle radici di un albero di gelso fu trovata una enorme massa di frammenti di statuette e vasetti, testine fittili e fondi di vasi del periodo ellenistico-romano. Il luogo doveva essere quello prediletto di Kora e Demetra. Trovato il deposito sacro del santuario, si rinvenne una enorme quantità di statuette e vasetti e, man mano che si procedeva nello scavo, più intatto si presentava il materiale con i voti messi in ordine, dominato da vasi acromi e figurati, statuette e monete caratteristiche di età ellenistica e timoleontea ed altri tipi di oggetti databili al V e IV secolo a.C. Nell’ultimo strato della trincea vennero raccolti frammenti di vasi arcaici del tipo geometrico siculo ed il bronzetto raffigurante il bovide. Vennero raccolti oltre 2.000 oggetti in bronzo, pasta vitrea, fitti-li, in vetro e 27 monete; non è altro che una piccola parte del materiale trovato nella stipe, il resto, formato dagli strati superficiali, appartenente all’età romana e bizantina, è stato lentamente portato via dal torrente Comunello. Lo strato fu considerato uno dei più ricchi e duraturo deposito di un santuario della Sicilia. Il culto di Fontana Calda è durato dalla metà del secolo VII a.C fino all’età bizantina. Basta solo conoscere la posizione del santuario, sulla riva del torrente Comunello, luogo appartato e ricco di sorgenti, aggiunto all’odore di iodio che si sentiva in tutta la zona; non vi poteva essere un luogo più ideale per il culto; e se guardiamo i doni votivi, ci accorgiamo che queste acque erano piene di virtù miracolose; statuette raffiguranti le antiche donne in stato di gravidanza. Quando una donna stava per avere il primo bambino, faceva abluzione con acqua di questo luogo. La stipe di Fontana Calda ci ha documentato che la vita sulla piattaforma di Butera non ha avuto nessuna interruzione, dall’Vili secolo a.C. sino ai nostri giorni.

MONTE DESUSINO

La fine della vita di Monte Desusino si può facilmente intuire se ci rifacciamo, per un momento, alla tormentata storia vissuta da questa zona al tempo di Amilcare; nella zona di Licata (l’antica Phintias) assistiamo, infatti, ad un andirivieni di Agatocle tra Gela e Himera. Appena i cartaginesi occuparono l’antico che era sul monte Ecnomoso, Agatocle scelse come punto di partenza dell’attacco contro Amilcare un altro centro fortificato: posto a 8 Km. ad oriente del fiume Himera, occupato da Agatocle è il centro fortificato di Monte Desusino, ad oriente da Himera. Questo centro fortificato, in rapporto con la presenza di Agatocle nel 311 in città e la costruzione delle torrette, non può essere altro che un sorto nel la prima metà del IV sec. a C. alla guardia della frontiera orientale dello stato Agrigentino. Il sito di Monte Desusino è molto interessante per la storia di Sicilia; non definito dagli storici per mancanza di resti archeologici, oggi attraverso gli scavi, possiamo dire che la fortezza ove Agatocle, inseguito da Amilcare, si era rifugiato dopo la distruzione del suo accampamento è Monte Desusino, l’antico Falario. Questa fortezza è l’unica ritrovata lungo la costa che da Licata porta a Gela, e nello stesso tempo possiamo indentificarlo con la terza Ibla, la Minima, di cui gli storici parlano ma non conoscono il sito. Monte Desusino è un complesso montagnoso a 6 Km. aNord del Castello di Falconara, a Km. 8 ad oriente del fiume Himera, con cinque basse colline; la sua Piattaforma è isolata e tutto è circondato da fortificazioni (VI sec. a.C.), con un muro che racchiude le cinque colline la cui quota massima raggiunge 428 metri. Molti sono gli strapiombi a grande profondità e quattro porte, delle quali due con torrette aggiunte in seguito, e qui si trovano dei pezzi riadoperati di un tempio del VI secolo a.C., non esistente. La Porta meridionale con torretta, chiusa in seguito, per Falconara. Una seconda porta ad oriente che porta alla Perciata e quindi alla sorgente e si arriva con facilità nella pianura di Gela, anche questa porta in un secondo momento ha avuto sistemate le torrette. In base al materiale riadoperato si può dedurre che mentre la fortificazione è del VI secolo a.C. le torrette sono del IV secolo a.C. L’epoca in cui dovevano essere sorte le torrette dev’ essere ricercata intorno al 310 a.C. Tenendo conto della posizione dominante che presenta la piattaforma nei confronti del Salso, della pianura di Gela e della strada che collega Licata a Gela; pare che non vi sia alcun dubbio nell’identificare il centro di Monte Desusino con Falario. La porta orientale venne tenuta libera per poter permettere all’esercito di puntare direttamente verso la pianura e la città di Gela. LA CITTÀ: sulla cima della quinta collina, una traccia di edificio con materiale dell’età arcaica. Da questa altezza si domina l’intera pianura di Gela, le ricche zone delle fattorie di Milinciana e Agrabona. La quarta collina, degrada lentamente verso la zona della porta, risulta essere stata occupata in età preistorica; molte tracce di ceramica sono state riscontrate lungo il prolungamento della montagna di Desusino, Galladoro, sino alla zona di Suor Marchesa, San Pietro, Milinciana. In questi luoghi preistorici sono sorti, in età storica, i centri fortificati di Desusino e Milinciana. Sono anche evidenti le disposizioni degli edifici sulle terrazze che lentamente scendono verso Sud. La vita quivi finisce nella seconda metà del III sec. a.C. eriprende nella ricca zona ai piedi della montagna di Agrabona con centro a Suor Marchesa. A Desusino resterà solamente la denmominazione (U chianu da città) nome paesano, che sarebbe, il piano della città.


SUOR MARCHESA

Un’altra piattaforma tra il torrente Desusino, Desusino e il fiume Salso, territorio in cui è compreso Diliella, si trova Suor Marchesa; incomincia da Agrabona fino alla zona di Diliella, per molti ettari di terre, s’incontrano tracce di abitazioni sparse con centro a Suor Marchesa ove si scoprono molti frammenti di unguentari fusiformi appartenenti al III sec. a.C.; tracce di vita ellenistica, vennero fuori dai ruderi che si allineano lungo la trazzera costeggiando il fiatico orientale di Desusino; a Nord-Ovest la fattoria di Suor Marchesa che si prolunga a Nord verso Perni. Non può essere altro che la via romana che dall’interno, con una stazione a Perni ed una a Suor Marchesa, collegeva la via tra Catania ed Agrigento e quella per ora marina tra Agrigento e Siracusa. In questo tratto di strada è venuto fuori del materiale archeologico, come pure ai piedi della roccia dove inizia la sorgente dell’acqua potabile di Suor Marchesa. Nella roccia, vi sono le tombe a forno del periodo castellucciano.


MILINCIANA

Anche questa montagna è alta metri 400 a Sud e 430 a Nord; da questa si diparte un lungo pendio verso ponente, Milinciana Sottana, che scende verso il torrente Desusino le cui terre sono fertilissime. Nelle sue pareti rocciose vi sono molte tombe preistoriche con tracce di ceràmica di tipo castellucciana (mentre l’altra parte è protetta da un muro a secco con tracce di abitazioni) quali ceramica arcaica, frammenti protocorinzi di coppe ioniche e di altro del V e IV sec. a C., mentre gli ultimi si fermano al III sec. a.C., quando la popolazione si trasferì altrove, Agrabona e Suor Marchesa. La scoperta di una grondaia leonina presso una delle sorgenti d’alimentazione del torrente Desusino e la ceramica ivi esistente, manifestano una zona d’abitazione arcaica. Si riscontra un grosso muro a secco con direzione Nord-Sud e tracce di un edificio dell’età arcaica. Nell’ambiente a Nord-Est venne rinvenuto un trias, bronzo di Lipari - D. testa di Hephaistos con elmetto - R. tre globetti centrali circolari con dicitura AIHAPAION contornato da globetti, poi tegole piane e ricurve, frammenti di coppette a vernice nera, ed ancora più a Sud due porte; molto altro materiale è stato rinvenuto. Si può affermare che prima della fattoria esisteva un’altra fattoria verso il VI sec. a.C., mentre qui nel III secolo si ha l’abbandono seguendo le orme degli abitanti di Desusino verso Suor Marchesa ed Agrabona. Alle due sponde del torrente Desusino vennero rinvenute tracce di edifici per ben due Km. in direzione Sud-Ovest ed anche un bronzo di Gerone - D. testa di Gerone - R. cavaliere al galoppo. A questi centri possiamo ancora aggiungere Gurgazzi, Priorato in mezzo a numerose tombe a forno abbiamo anche Ficuzza ove si nota una grossa fattoria VII sec. che venne spianata a piccole terrazze per alloggiarvi un edificio orientato a Sud-Nord. La necropoli cli questa fattoria venne distrutta in parte, dalla nuova strada che porta a Riesi e a Sud per Falconara.

PRIORATO

Anche Priorato è un’altra contrada di Butera, protetta da alte colline da ogni lato quale: Saracena, Saracinella, Santa Maria dell’Alto, Spinello, Geremia, Montagna, Passarello, Barbuzza e Fiume di Mallo. La sua parete centrale è una collina molto rocciosa; è stata abitata dall’età preistorica fino alla fine dell’età romanica. Molte sono le tombe ivi trovate, ricche di ceramica castellucciana. Le sue tombe a forno furono già distrutte in antico per l’impianto della fattoria. Se queste furono distrutte, l’esistenza l’abbiamo nelle altre colline che la circondano; nei pendii di Saracena e Saracinella, Montagna e Passarello, ovunque s’incontrano frammenti di ceramica di tipo castellucciano con decorazione in nero scuro. All’interno della fattoria due vasche intagliate nella roccia, davanti alle vasche vi sono allineate tre escavazioni circolari, mentre sull’altro lato ve ne sono due, sempre con escavazioni circolari. Questo ambiente e le vasche a cisterna non tanto profonde, da servire per acqua, si pensa fossero destinate alla lavorazione e conservazione di prodotti agricoli, le vasche per l’olio ed il vino, mentre le escavazioni circolari, per accogliere i piythos della fattoria. Volendo dare una interpretazione, l’escavazione nella roccia doveva essere un frantoio, mentre quelle circolari, con canalette, lo scarico del liquido ottenuto dalla spremitura. Dalle cisterne venne fuori molto materiale. Si deduce che a Priorato la fattoria è esistita sin dal VII sec. a.C. e sistemata in seguito, nel IV, per le esigenze della fattoria stessa che si presentavano nuove e per un maggior fabbisongo della lavorazione dei prodotti, abbondanti nei dintorni, olio, vino in special modo. Con l’abbandono definitivo, per lo spostamento della popolazione, la collina di Priorato diventò una necropoli romana e venne abitata anche durante questo periodo. Ciò è dimostrato dallo scavo di un’abitazione di età romana. All’interno ed all’esterno dell’edificio fu rinvenuto molto materiale. La contrada di Priorato forma una stazione su una via secondaria che da Fiume di Mallo, attraversando la valle di Priorato, si prolunga verso Iudeca che poi si congiunge in contrada Pantano e con un’altra che dalla contrada Pantano va a Barrafranca e Mazzarino. A Perni abbiamo il punto di partenza della strada romana ed il centro romano, quello di Priorato. Da Priorato, attraversando Fiume di Mallo, Monaco, Monte Ludeca, Perni, sorge l’aggregato umano una stazio, sulla via romana, dove arrivavano i prodotti verso il porto di Gela definito "refugium Gelae". Qui per sei secoli si raccolse tutta la gente delle antiche fattorie che si estendono da Priorato a Passarello.


FIUME DI MALLO

Con Fiume di Mallo si chiude il circondano delle zone di Butera; dal lato occidentale e da settentrione si hanno: Santa Maria dell’Alto e Gricuzzo, due alture ai cui piedi il torrente Comunello prima di addentrarsi in questa gola, bagna la zona di Fiume di Mallo. Nella contrada di Fiume di Mallo, riadoperata in una vasca d’acqua, venne rinvenuta una grondaia a testa leonina; il suo mirabile modellato delle ciocche, raro esempio di scultura in pietra nell’ambiente Geloo. Le ciocche della grondaia di Fiume di Mallo, si presentano con le due fauci lavorate con forte risalto ottenuto dalle linee ricurve del muso destinate a rendere più feroce la grinta della belva. Gli occhi infossati sono racchiusi nelle palpebre triangolari mentre una ruga, profonda scende dalla fronte all’estremità del naso. Insiste, Adamasteanu, che questa grondaia non può essere un elemento isolato a Fiume di Mallo, ma deve esserci probabilmente un tempio sorto in questo punto nel secondo quarto del V sec. a.C., potrebbe essere collegato ad uno degli avvenimenti storici a cui partecipò l’intera zona di Gela. Uno di questi avvenimenti si potrebbe fissare con certezza tra il 463/461 a.C., quello in cui Gela dovette difendere il suo territorio dai mercenari siracusani in ritirata dal territorio siracusano verso quello delle colonie occidentali. Voglio aggiungere che in questa zona abbiamo una contrada a cui nell’antichità fu dato il nome di Difesa ed ancora così viene denominata. In questa zona sono state rinvenute anche delle sepolture che attraverso la ceramica raccolta, sono state collocate tra l’inizio del V secolo a.C., epoca in cui la popolazione si trasferì più a Nord, in contrada Barretta; ne sono state esaminate tre, ma ve ne sono moltissime, tutte danneggiate. Alle colline del circondano di Butera ne manca ancora qualcuna e cioé: Disueri che domina con la sua punta aguzza l’orizzonte della Sicilia centro-meridionale, di cui, come ho detto prima, dovranno essere ripresi gli scavi, la collina che dal ponte di Cataldo sale verso San Nicola, la catena montuosa e rocciosa di Caporale. Queste ed altre non ancora esplorate, con certezza dovrebbero essere ricche anche di templi, poiché nel circondano di Butera ne esistevano altri sette.


 
 
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