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Butera e la sua Storia PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Butera e la sua Storia
Le Origini di Butera
Le contrade storiche
Tra leggenda e storia
Le chiese più antiche
Al confine di tre civiltà
I Castelli
Paesaggi naturali
La cultura antica
Le feste religiose
Cittadini benemeriti
LA SETTIMANA SANTA

Ha inizio la Domenica delle Palme con la festa di "Santu Sarbaturi" ossia del Cristo Salvatore, che rievoca in modo suggestivo l’ingresso di Gesù in Gerusalemme. La statua del Cristo è seguita da dodici giovani che impersonano gli Apostoli e da "Giuda" che si accompagna loro in atteggiamenti farseschi. Tutto il percorso in cui si snoda la processione è adornato di palme ed intorno c’è aria di festa. La sera del giovedì Santo la statua del Cristo incatenato, che ricorda la cattura nell’orto degli ulivi, è seguita con grande devozione dai fedeli. Le sacre rievocazioni culminano nella giornata del Venerdì Santo in cui si susseguono, fino a tarda sera, le processioni dell’Ecce Homo (U Signuri a canna), del Cristo carico della Croce, che in Piazza Dante riprende una tappa della Via Crucis cioè l’incontro con la Vergine addolorata, del Crocifisso e del Cristo sul letto di morte (U Catalettu). Queste due ultime rievocazioni coinvolgono emotivamente tutta la cittadinanza per il pathos profondo che ispirano la Vergine addolorata ed il Corpo straziato di Cristo. La Settimana Santa si conclude la Domenica di Pasqua con la festa della "Risuscita": la statua del Cristo Risorto e della Madonna, dopo la "giunta" in Piazza Dante si portano in processione per le principali vie del paese, accompagnate dal suono festoso della banda musicale.

Festa di San Rocco

S. Rocco è il Santo Patrono. Si festeggia il 16Agosto di ogni anno, in modo molto solenne. La festa ha inizio il giorno 14 con varie esibizioni della banda musicale in Piazza e nelle principali vie cittadine. Giorno 15, nelle prime ore del pomeriggio, si porta in giro "u sirpintazzu", che si ferma in Piazza Dante. Esso non ha alcuna somiglianza con il vero animale: è fatto di cartapesta, con un ventre tanto largo da contenere l’uomo che lo porta in giro. In piazza "u sirpintazzu" che per bocca ha due palette di legno dipinte in rosso, azionate dall’uomo che gli sta dentro, tenta di afferrare un’oca, precedentemente uccisa e appesa ad un laccio e, dopo diversi tentativi, finisce con il riuscirvi. Compiuta questa operazione, va poi a rompere, con quella bocca a forma di becco, i cosiddetti "pignatuni", contenenti dolciumi e oggetti di poco valore che un accompagnatore ripone in un apposito sacco. La leggenda di questa commemorazione è antica e vuole che un grosso serpente infestasse la contrada Pozzillo e atterrisse letteralmente la popolazione. Alcuni volenterosi, allora, si armarono di mazze e bastoni e andarono alla caccia di questo pericoloso animale catturandolo e portandone le spoglie in paese il 16 Agosto, giorno della festa di San Rocco. La sera del 15 Agosto, un corteo, preceduto dal parroco e autorità cittadine, si snoda da Piazza San Rocco e si reca nella Chiesa Madre per rilevare la teca contenente la reliquia del Santo e portarla nel suo tempio. Al mattino del 16 si porta in processione il simulacro di San Rocco. Nel pomeriggio, dopo aver percorso il paese, rientra nella sua chiesa. Il programma del 16 Agosto si ripete otto giorni dopo e precisamente il 23 Agosto, giorno dell"’ottava di San Rocco".

Il rito, la scena, la rinascita

Due le principali feste tradizionali di Butera, alle quali la cittadinanza partecipa con grande fervore: le celebrazioni in onore del patrono San Rocco, con il singolare rituale del "Sirpintazzu ", e le sacre rappresentazioni della Settimana santa. Devozione religiosa e simbologie dei cicli agrari, paure, trasgressioni, teatralità si intrecciano in una dimensione nella quale la comunità difende la propria memoria collettiva dai processi di omologazione culturale. Nel centro storico di Butera è possibile leggere la sua vicenda, intuire la sua storia, tenacemente aggrappato al passato ma malinconicamente disarmato contro le aggressioni dell’uomo. Eppure, come dice Gesualdo Bufalino, «la storia non è solo quella conservata negli annali del sangue e della forza; bensì quella legata al luogo, all’ambiente fisico e umano [...] Storia è il gesto con cui s’intride il pane nella madia o si falda il grano; storia è [...] tutto ciò che reca lo stemma del lavoro e della fantasia dell’uomo». E dove, se non nelle feste, questi elementi si mischiano così sapientemente, anche se in modo a volte fuorviante e caotico, recando i segni di antichi ritmi e lavori? Segni che costituiscono il collante di una comunità e, depositati nel linguaggio dei gesti quotidiani, preservano le civiltà dalla furia della modernizzazione. La cultura contadina ha certo subito molte modificazioni che, lentamente, ne stanno decretando la fine, ma è ancora nei suoi ritmi che vanno lette le feste. lì ciclo delle stagioni e del lavoro nei campi trova profonda correlazione con la dimensione del sacro, dove si rigenera la vita e si esorcizza la morte. Numerose sono le feste religiose legate ai cicli della semina e della raccolta o, più in generale, a quei periodi salienti del ciclo produttivo che cadenzano la vita del mondo contadino. Nelle feste si scaricano le ansie accumulate e si esprimono le speranze per il buon esito delle attività: rituali e trasgressioni si alternano e la comunità riorganizza la propria esistenza. È in questa chiave che si può leggere il rituale del Sirpintazzu che si svolge a Butera il 15 agosto, vigilia delle celebrazioni di San Rocco, patrono della cittadina, lì giorno della festa è un continuo pellegrinaggio in onore del santo con offerte portate da tutti i paesi limitrofi. La festa è attestata alla fine dell’800 da Giuseppe Pitrè, il quale riferisce anche del Sirpintazzu: si tratta di una sorta di animale in cartapesta a forma conica, che ha per bocca due palette di legno dipinte di rosso (azionate da un uomo situato all’interno) e che tenta di afferrare un’oca appesa ad un laccio; successivamente, con il becco rompe i pignatuni, contenenti dolciumi e vari oggetti. Lo stesso Pitrè riporta alcune possibili spiegazioni, come quella del serpente schiacciato da Maria Assunta in cielo, festeggiata lo stesso giorno, a Ferragosto, e che rappresenta il Male. L’ipotesi più accreditata dai buteresi lo riferisce, invece, alla leggenda del serpente che, in contrada Pozzillo, terrorizzava la gente; fu ucciso e trascinato in paese in un tripudio di gioia. Pitrè avanza, poi, un parallelismo con i movimenti (salti, corse) del cammello che accompagnava, insieme ai Giganti, la vara dell’Assunta a Messina il 15 agosto. lì rituale così viene interpretato sotto un’altra veste che — secondo l’etnologa Fatima Giallombardo — collegherebbe la questua che si svolge durante la processione alla ritualizzazione della trasgressione, personificata dalla intraprendenza del serpente, «col suo insinuarsi tra la folla, toccando, sbattendo, che si coniuga con la violenza finale dell’uccisione dell’oca». Come in molti paesi del Nisseno, e di tutta la Sicilia, anche a Butera particolare importanza hanno i riti della Pasqua. Ed è ancora la sensibilità narrativa di Bufalino ad aiutarci a comprendere questo fenomeno, puntando l’attenzione sulla teatralità e sulla drammatizzazione: «Un intreccio fra festa e teatro esiste, com’è noto, sempre e dovunque, ma è soprattutto in Sicilia, durante la Settimana santa, ch’esso si svela con la più straripante e invasiva evidenza. Congiurano a tale effetto il gusto della dismisura proprio del carattere isolano; il tempo dell’evento, che è la primavera, stagione di metamorfosi; la natura stessa del rito, in cui, come in un "cuntu" dell’Opera dei pupi, la zuffa del male col bene si combatte in termini di inganno, doglia e trionfo. Appunto la Passione, Morte e Resurrezione del Cristo, al di là delle originarie ragioni della pietà religiosa, sembrano, con le loro vicissitudini, fornire il copione ideale a una gente che s’appassiona alle sconfitte e quasi le cerca, tutte le volte che crede di poterne spremere il piacere solitario di una rivincita». Le sacre rappresentazioni che a Butera caratterizzano tale periodo possono così essere viste anche in questa chiave: grande partecipazione popolare e intensa devozione, ma insieme espressione teatrale e drammatizzazione degli eventi, forse il più completo ritratto dell’animo siciliano. In particolare, è durante la Domenica delle Palme che ha luogo la manifestazione più importante, quando viene ricordato l’ingresso di Gesù a Gerusalemme con la processione del Redentore e dei dodici Apostoli. La mattina, dalla chiesa della Madonna delle Grazie esce la statua raffigurante il Cristo con la mano destra benedicente e con il globo terrestre sormontato da una croce nella mano sinistra; gli Apostoli lo seguono, vestiti di un camice blu, un disco di cartone in testa, uno scialle e un bastone nero in mano. Solo San Giovanni ha il camice bianco, mentre Giuda non porta nè il camice, nè lo scialle, e per bastone ha un fusto di palma; porta con sé un sacchetto con i trenta denari che mostra di tanto in tanto al pubblico; il suo atteggiamento ne sottolinea il ruolo attraverso momenti farseschi e culmina nella rievocazione del suicidio. In tutto il tragitto della processione sono sparse grandi quantità di palme e di rami di ulivo, simboleggianti la vittoria del Redentore sul Principe della morte. Probabilmente, anche in questo caso, la tradizione cristiana si intreccia con l’antico rituale agrario, che attribuiva alle palme proprietà magico-protettive. In questo periodo, è la rigenerazione, dopo l’inverno, del ciclo vegetale, fonte di vita e di prosperità per tutta la comunità, a rappresentare il bene più prezioso. I riti proseguono la sera del Giovedì santo, con la processione della statua del Cristo incatenato che ricorda la cattura nell’Orto degli ulivi. lì percorso si snoda lungo il paese, comprendendo tutte le chiese di Butera, e viene scandito dalle invocazioni che rievocano i momenti della Passione del Cristo, lì Venerdì è la statua dell’Ecce Homo (‘u Signuri ‘a canna) a sfilare al mattino; dopo mezzogiorno, è la volta del Cristo che sale al Calvario (u .Signuri ca cruci ‘ncuoddu); e, nel tardo pomeriggio, del Crocifisso; nella serata, sino a notte inoltrata, c’è la processione del Cristo morto (‘u catalettu). Le celebrazioni culminano la Domenica di Pasqua con la Giunta, processione in cui, a piazza Dante, la statua del Cristo risorto viene fatta incontrare con quella della Madonna. La natura si è riappacificata con l’uomo e la comunità si avvia a riprendere il proprio ritmo quotidiano.


 
 
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